Capita a volte, nel campo della finanza personale, di parlare di felicità (o infelicità) come conseguenza della disponibilità economica di una persona ma raramente si considera la questione in termini opposti, ovvero analizzare il costo finanziario diretto dei nostri stati d’animo ed emozioni.
Quanto ci costa essere tristi o stressati, essere annoiati e non trovare il tempo, la serenità o il giusto stato d’animo per una buona pianificazione della giornata?
Pensiamo per esempio al periodo della Rivoluzione Industriale che, con la sua promessa di progresso e prosperità, portò con sé anche un'ombra oscura: la vita dei proletari era una sequela estenuante di turni massacranti e condizioni di lavoro pericolose, il tutto per una paga spesso irrisoria. In questo scenario, l'alcol a buon mercato, divenne per molti una cruda forma di auto-medicazione per sopportare la fatica e la disperazione di un'esistenza senza prospettive.
Ma anche a secoli di distanza, in un contesto molto diverso, possiamo trovare una somiglianza nei "salarymen" giapponesi, pilastri della moderna economia, i quali vivono sotto una pressione immensa. Non sfruttati in fabbriche fumose ma intrappolati in un sistema che esige dedizione totale, lunghe ore di lavoro (spesso non retribuite), aspettative di rendimento estenuanti e una cultura aziendale gerarchica e soffocante. L'identità personale è spesso indistinguibile da quella professionale, e il fallimento sul lavoro può portare all'emarginazione sociale severa. Così i dopolavoro alcolici diventano spesso l'unico sfogo accettato per rilasciare la tensione accumulata.
In entrambi i casi, oltre al diretto costo economico (nel primo caso tale da impedire qualsiasi accumulo di capitale), si ha l’impossibilità ad “investire” su se stessi, a dedicare tempo e lucidità al miglioramento della propria condizione per per spezzare il ciclo vizioso ed ottenere maggiori entrate e migliori condizioni di lavoro.
Ma prendiamo in esame casi più comuni, più vicini a noi e fortunatamente meno drammatici.
Pensiamo alle spese dello shopping compulsivo per alleviare la noia, quelle per i farmaci per combattere l’ansia e lo stress, ai costi del cibo da asporto quando si è troppo demotivati per cucinare o per pianificare l’amministrazione della dispensa o reperire ricette e il tempo per metterle in pratica.
Consideriamo i vari servizi di streaming, usati per riempire quei momenti che per mancanza di motivazione e serenità, non riusciamo ad occupare con l’apprendimento di nuove abilità, la lettura di libri che ci fanno “crescere” o per coltivare relazioni sociali salutari.
Cerchiamo di ricordare gli oggetti acquistati inutilmente per cercare di colmare un senso di vuoto o di noia, e dei quali dopo pochissimo tempo non ci interessa più nulla.
Ovviamente il rimedio ideale sarebbe quello di eliminare le cause di queste emozioni negative, come trovare un ambiente lavorativo più sereno ed appagante, coltivare relazioni positive e tagliare quelle tossiche. Tuttavia, un valido aiuto sul quale possiamo esercitare il nostro controllo, potrebbe arrivare da un Diario Emotivo-Finanziario che ci faccia acquisire consapevolezza di quei sentimenti negativi che poi si traducono in spese inutili o dannose.
Ogni volta che si effettua una spesa che non rientra nelle necessità primarie o nel budget programmato, vale la pena di fermarsi un attimo e chiedersi quale emozione ci spinge a farlo: noia, stress, tristezza, frustrazione, rabbia, solitudine, ecc.
La spesa è stata un tentativo di “risolvere” questo stato d’animo? Qual era il vero bisogno che si stava cercando di soddisfare?
Questo piccolo stratagemma può aiutare ad acquisire consapevolezza e ad imparare a riconoscere degli schemi ricorrenti al fine di evitarli e trovare dei sostituti virtuosi che siano benefici per noi e per i nostri portafogli.
In sintesi, come sempre, conviene prima di tutto investire su noi stessi.

